Fin dalla fine della guerra in Bosnia ed Erzigovina è stato avviato da parte delle Nazioni Unite un programma e una strategia per la ricostruzione del paese partendo dall'attiva partecipazione di tutti gli strati della società. Tra gli obbiettivi principali, assumono particolare rilievo la reintegrazione sociale ed economica delle vittime della guerra e dei gruppi più svantaggiati della popolazione. In questo quadro si muovono oggi diverse iniziative sia a livello nazionale che locale; la creazione di nuovi posti di lavoro, reinserimento delle persone rimaste senza casa dopo il conflitto, ma ancora ricostruzione dei servizi sociali, del sistema educativo, promozione alla partecipazione e al consolidamento della vita democratica. Data la complessa situazione territoriale in Bosnia-Erzegovina, assumono assumono una speciale valenza le iniziative che in vestano il livello locale. Per questo motivo l'UNDP ha deciso di sviluppare molte delle sue attività a livello municipale e cantonale, dando vita ad una serie di progetti incentrati sul rafforzamento delle istituzioni locali e delle organizzazioni della società civile. Questa strategia ha dato vita così al progetto quadro denominato "Atlante", che nella sua originalità da vita ad un proprio modello di cooperazione decentrata tra le comunità locali della Bosnia-Erzegovina e quelle di altri paesi.
Il comitato ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) Toscana, aderisce nel 1996 al progetto Atlante, e decide di operare nella direzione dello sviluppo umano, attraverso programmi di ospitalità e di scambio interculturale nei settori dell'infanzia, dell'arte e dello sport. A questa prima fase aderisce anche il comune di Castagneto Carducci sviluppando il gemellaggio con la municipalità di Stari Grad in Sarajevo. È stato proprio il comune di Castagneto Carducci, facente parte del comitato, che ci ha fatto conoscere la realtà bosniaca e nascere l'idea di sviluppare un progetto in questo paese. Si avviano quindi i contatti con il focal point ANCI Toscana, Mario Monciatti con il quale vengono definite le linee guida dei futuri interventi che portano alla definizione del progetto.
Abbiamo riflettuto in questi giorni su come poter organizzare un progetto così importante in una città ed una nazione che ha subito negli ultimi anni ciò che ha subito. Francamente la nostra conoscenza della realtà bosniaca, dovuta quasi totalmente ai media e quindi sicuramente incompleta, non ci aiuta molto in questa elaborazione. Per questo abbiamo deciso di dare una prospettiva molto generica alla nostra proposta per rivedere più nei dettagli il progetto successivamente alla visita che nostri rappresentanti faranno a Sarajevo prossimamente.
Prospettiva generaleRicreare il tessuto sociale del paese: dopo quasi due anni dalla fine della guerra civile ancora l'amalgama sociale stenta a ricrearsi, forse anche per il fatto che ci sono esigenze più pressanti. Riprendere il dialogo fra le etnie (croato-musulmana e serba): dopo soli due anni dalla fine della guerra tra le due fazioni il dialogo stenta a riprendere (il che è probabilmente comprensibile). Aiutare la ripresa della vita culturale del paese. Sarajevo era una delle culle europee della cultura, rappresentando un luogo, anche geografico, di incontro delle più grandi culture e tradizioni europee e medio-orientali. Questo patrimonio non dovrebbe essere disperso e dimenticato. Da quanto detto risulta necessario approntare degli strumenti operativi sul territorio per promuovere la pacificazione tra le etnie e per collaborare nella ricostituzione del tessuto socio-culturale del paese. L'attivarsi in questa direzione risponde peraltro ai dettami fondamentali della cooperazione decentrata, che ha come scopo primario quello di mettere in contatto comunità locali per collaborare in progetti di rigenerazione del tessuto sociale, politico ed imprenditoriale di aree in difficoltà e per attivare progetti di cooperazione allo sviluppo. L'idea della collaborazione nella costruzione di un centro sociale proposta dal nostro Focal Point ci è sembrata subito estremamente interessante, perché ci permetterebbe di dare il nostro contributo affiancandoci a realtà locali, studiando insieme la strada migliore per riattivare una rete di collegamento sociale interna ed esterna al paese.
La disponibilità di un luogo fisico da adibire a centro sociale nel territorio della municipalità di Starigrad; questa è stata verificata da Mario Monciatti (Focal Point ANCI- To) di concerto con le autorità politiche di Starigrad. La possibilità di "collegarsi" al progetto BaR InterActioNet (BRIAN), già finanziato dalla U.E. ed operante in vari paesi europei. BRIAN è un luogo di incontro informale attraverso Internet in cui i giovani sono protagonisti e possono gestire le loro comuni iniziative pur vivendo ed operando in stati diversi. I Centri BRIAN (così denominati) sono quindi quei luoghi dai quali i giovani possono scambiarsi opinioni da grande distanza sui temi più disparati ma anche attivare comuni progetti con l'obiettivo di diffondere una cultura europea attiva, di creare uno spazio per reali esperienze culturali ed interattive, per attivare le potenzialità dei giovani e favorire il protagonismo giovanile nonché per stimolare l'imprenditorialità giovanile. Lo strumento telematico quindi come veicolo di cultura, progetti comuni ed attività economiche. Preso atto di queste informazioni abbiamo pensato ad una proposta di progetto con le seguenti caratteristiche:
Viste le necessità prospettateci dal Focal Point abbiamo pensato che la prima parte del progetto debba essere dedicata alla individuazione di soggetti locali con i quali collaborare insieme alla ricostruzione della comunità, utilizzando tecniche e metodologie adatte. Questo nella convinzione che non si può pensare di attivare un centro sociale, luogo fisico, che deve "vivere" grazie all'apporto di idee ed al contributo della gente, se la comunità non ne ha chiari gli scopi e finalità. Ecco i tre aspetti principali del progetto, di seguito elencati.
Organizzazione, sviluppo, animazione di comunità Come risposta alle esigenze di ricreare un tessuto sociale, di intervenire sulle relazioni tra persone e/o gruppi di persone, di far emergere potenzialità, capacità e competenze: la comunità diventa soggetto del proprio cambiamento, con le proprie forze e con gli obiettivi che essa stessa si è data. reazione, formazione e d organizzazione di un gruppo di lavoro E' importante formare un gruppo di persone che: definisce le problematiche, condivide i disagi e l'esigenza di trovare delle soluzioni e crede che sia possibile ottenere risultati positivi; identifica altri soggetti che possono essere coinvolti nel processo e attiva il processo di organizzazione e animazione della comunità. Naturalmente questo gruppo di persone deve essere messo in condizione di operare, quindi dotato di strumenti di lavoro ( tecniche e competenze varie) che saranno ottenute con una formazione specifica.
Il centro sociale giovanile
Diventa necessario individuare un luogo fisico nel quale il gruppo di lavoro possa identificarsi; un luogo, inoltre, di aggregazione e socializzazione per la popolazione giovanile: che possa cioè attirare i giovani per poi fornire loro strumenti per un utilizzo positivo del loro tempo libero (permettere l'autoespressione, fornire informazione, orientare al lavoro...)
Per comunità si intende un ambito psico-sociale, antropologico e culturale, oltre che territoriale/geografico; può essere pensata anche attraverso i soggetti che ne fanno parte: individui, istituzioni, organizzazioni di vario tipo e gruppi informali. L'organizzazione di comunità è un processo attraverso il quale la comunità identifica i propri bisogni ed obiettivi, stabilisce delle priorità, sviluppa la fiducia nelle proprie capacità di affrontare e superare i problemi, reperisce le risorse interne ed esterne necessarie alla soluzione dei problemi, intraprende delle azioni estendendo e sviluppando così atteggiamenti e pratiche cooperative e collaborative. In generale si possono individuare quattro aspetti del processo:
la possibilità di collaborazione, cooperazione e integrazione che questo processo attiva tra i membri della comunità: è infatti un modo per ottenere, da parte di molti individui, ciò che un individuo singolo non potrebbe la possibilità di soddisfare i bisogni degli individui della comunità attraverso lo studio dei problemi e delle risorse a disposizione la possibilità di diffondere i valori della democrazia educando e sviluppando la partecipazione dei cittadini la possibilità, affidata alla comunità, di gestire questioni che la riguardano Naturalmente ci sarà bisogno di un gruppo di persone che, dotato degli strumenti adatti e a conoscenza delle tecniche di base, attivi il processo.
Nel caso del lavoro di comunità è necessario, come si è detto, che esista un gruppo di persone che promuova il processo: che promuova quindi le condizioni che permettano ad un territorio di sentirsi comunità, che promuova le iniziative, le azioni per sviluppare il percorso. Per quanto riguarda l'organizzazione di un centro sociale giovanile è ugualmente importante la presenza di un gruppo promotore sia per la strutturazione iniziale, la gestione e la promozione, ma soprattutto perché è fondamentale che tutto quanto può divenire "centro giovanile" (materiali, strutture, iniziative, laboratori e quanto altro), provenga dalla reali esigenze dei giovani e non esigenze che si pensa i giovani debbano avere. Per questo c'è bisogno accanto ad alcune iniziative o attività che facciano " decollare" il centro, di un lavoro di indagine e ricerca sulla popolazione giovanile. E' dunque possibile che il gruppo che attiva il processo di organizzazione della comunità e quello che promuove la nascita e l'organizzazione del centro giovanile coincidano (magari individuando ruoli differenziati); anzi per certi versi è auspicabile dato che il lavoro di indagine e ricerca ha molti punti in comune e le sue diverse attività godrebbero di sinergie sicuramente positive. Quindi si propone qui la formazione di questo gruppo che dovrebbe essere composto da giovani motivati, dotati di fiducia nelle possibilità di apportare dei cambiamenti significativi nella realtà in cui vivono.
In una società che vuole svilupparsi superando grosse difficoltà diventa indispensabile un'azione rivolta alla popolazione. Un centro giovanile può rappresentare una risposta, anche se deve far parte di un più completo e articolato "progetto giovani". Il centro dovrebbe avere come obiettivo principale l'aggregazione e la socializzazione dei giovani, ma a seconda delle esigenze riscontrate può avere funzione di contenitore (con laboratori, atelier, attrezzature e materiali vari finalizzati alle attività ludiche, all'informazione, all'educazione, all'orientamento al lavoro, all'autoespressione dei giovani), di promozione sociale (iniziative, partecipazione...) o altro. Spetta però agli stessi giovani dare ad un centro giovanile finalità formative, sociali, culturali od altro, limitate nel tempo o articolate nel lungo periodo. Questo per evitare di calare delle proposte dall'alto che, per quanto positive e offerte con le migliori intenzioni, rischierebbero di rimanere senza risposta. Sarebbe quindi opportuno, accanto alle prime iniziative e attività, condurre un lavoro di interazione con la popolazione giovanile per avere indicazioni precise sulle esigenze. All'interno del centro si può comunque già prevedere il collegamento al BRIAN, date le sue finalità aggregative e formative.
Dopo la stesura della bozza di progetto appena presentata, si è reso necessario verificare sul campo l'attuabilità e il riscontro diretto con i beneficiari dell'azione. È stata quindi programmata una missione in Bosnia di cui presentiamo adesso il resoconto redatto da Fabio Fabbri.
La missione mirava a verificare le possibilità di collaborazione con la municipalità di Starigrad per la costituzione di un centro di aggregazione giovanile che permettesse la partecipazione dei giovani nella organizzazione di attività di loro specifico interesse ( teatro, musica, danza, integrazione etnica, tornei sportivi ...). Dalle informazioni pervenuteci dal nostro Focal Point in Sarajevo la situazione era resa potenzialmente più interessante dalla presenza sul territorio di competenza della municipalità di una Casa della Cultura che già da molti anni lavorava nella predisposizione di iniziative prettamente culturali ed era coordinata, indirizzata e finanziata dal Comune, con una logica quindi abbastanza verticistica tipica della situazione politica di tutti i paesi componenti la Jugoslavia prima della guerra. Iniziamo così il nostro viaggio con queste poche informazioni e, ce ne siamo accorti dopo, con pochissima conoscenza della realtà della Bosnia pre e post conflitto. Dopo essere stati questi pochi giorni in Bosnia, aver attraversato la frontiera tra Croazia e Bosnia, aver brevemente visitato (poche ore) Pale, capitale della Repubblica Serba di Bosnia, ed essersi documentati un po' ci rendiamo conto che la realtà è veramente composita. Nel suo libro " Maschere per un massacro" il giornalista italiano Paolo Rumiz a proposito della guerra nella ex-Jugoslavia dice che ogni discorso che si senta in terra jugoslava "è ossessionato dall'etnicità, dalla religione, dal possesso della terra": tutti "valori" che da noi non esistono più da decenni probabilmente. Oggi abbiamo la netta sensazione che con questa gente avremo veramente molto da fare per capirci, che dovremo andare avanti con molta cautela e con molte verifiche lungo il percorso. Ecco il resoconto delle nostre giornate:
Già a Metcovich, frontiera tra la Croazia e la Bosnia, iniziamo a capire che stiamo entrando in un mondo a parte. Più di mezz'ora di attesa con la nostra auto, con tutte le altre, camion ed autobus che ci passano avanti senza particolari controlli. E poi il primo impatto con la Bosnia. Duro, terribile. Venti chilometri dopo il confine in direzione di Mostar ci troviamo di fronte a quello che solo la televisione ci aveva fatto vedere. Entriamo in una delle zone dove la guerra è stata più cruenta per la presenza di tutte le 3 etnie: villaggi interi distrutti, case bucherellate, praticamente sbriciolate; è stata una delle zone caldissime del conflitto, con le tre etnie a contendersi il territorio. Una follia a cui i media non sono riusciti naturalmente a rendere merito e che, sinceramente, pur nella quiete di questa serena mattina di Luglio con tranquillizanti (si fa per dire!) carri armati dello SFOR sparsi un po' ovunque, toglie il respiro e smorza la nostra euforia per il viaggio ed il compito affidatoci. Anche nei giorni successivi, davanti al mercato di Sarajevo, teatro di una delle ultime e più toccanti stragi di tutto il conflitto, o davanti a ciò che resta del ponte fatto crollare di Mostar, mi sono sentito più scosso ed amareggiato di quando a suo tempo vidi in TV le immagini di questi eventi: di fronte a questi scenari, manifesto alla stupidità dell'uomo, ci si sente inutili ed inadeguati. p>
Dopo Mostar ci avviciniamo a Sarajevo costeggiando il bellissimo fiume Neretva, incantevole tra le montagne. Ci viene da pensare che una tale bellezza naturale potrebbe essere sfruttata turisticamente, ma forse per ora nessuno ha ancora voglia e tempo di pensare a fondo a questo. Dopo 5 ore e mezzo di viaggio (per 360 Km.!) arriviamo a Sarajevo. Lo capiamo dalla gran fila di auto per entrare in città e dalle indicazioni di un militare dato che non ci sono cartelli di segnaletica che lo indicano. Anche qui un altro tuffo al cuore. Interi enormi palazzi distrutti, non una casa senza fori di proiettili. " Welcome to Hell", benvenuti all'inferno, sta scritto su un muro alla periferia: queste scene finora le avevo viste solo nei films.... Ci accoglie Mario Monciatti, nostro referente presso il focal point, il quale ci accompagna in quella che sarà la nostra "residenza" nei prossimi 3 giorni, in casa della signora Filomena Rakic, che affitta le stanze del suo appartamento per far tornare i conti di casa. Ci tratterà veramente bene, con grande dignità, affabilità e gentilezza pur nel suo inglese un po' stentato.
Il pomeriggio che ormai è inoltrato (siamo intorno alle 17) non ci permette incontri particolari e forse va bene così perché siamo molto stanchi dal viaggio. Mario ci da appuntamento per le 20 quando ci ritroveremo per la cena conclusiva del festival del folklore "Le notti della Bashasha", tenutosi dal 4 al 7 Luglio, che ha visto la partecipazione tra le varie rappresentative internazionali anche degli Sbandieratori di Massa Marittima. Grande successo il loro, il gruppo più acclamato. Quando li incontriamo alcuni di loro ci dicono che una emozione del genere non l'avevano provata da nessuna altra parte, con la gente stretta intorno ad acclamarli, ad abbracciarli e, forse, ad urlare la loro voglia di ritornare alla normalità. Una piccola riflessione personale: credo fermamente che questo tipo di iniziative rientri a pieno titolo nel concetto di cooperazione decentrata, che vuol dire, alla fine, collaborazione tra popoli, diversi in tanti aspetti ma con una volontà comune: migliorare la qualità della vita di chi sta male, di chi non ha futuro e speranze. Far sentire calore umano a questa gente significa sicuramente assolvere ad uno dei dettami fondamentali della cooperazione decentrata, che è quello di riavvicinare le basi sociali, strappando un sorriso di speranza per il futuro a chi voglia di sorridere e guardare avanti non ne ha. La nostra cooperazione, con i pochi mezzi che abbiamo a disposizione, deve sicuramente partire da qui. La cena è un momento di gioia, con i gruppi folkloristici ungheresi a farla da padroni con le loro danze (belle ed interminabili!) che sembra possano far crollare da un momento all'altro il palazzo che ci ospita. E' il primo approccio con il cibo tipico bosniaco, ricco di ottima carne preparata in modi diversi. Conosciamo qui Vedran Jusufbegovic il prezioso collaboratore e traduttore di Mario che ci accompagnerà negli incontri dei giorni a venire. Ma "conosciamo" soprattutto la Casa della Cultura con cui dovremmo collaborare, dato che la festa .... Si tiene proprio lì! E' una buona struttura, rimessa un po' a nuovo per l'occasione del festival ma che mostra i segni del tempo. E' su due piani, al primo ci sono sale per mostre e corsi di vario genere (danza, teatro...) e per una discoteca (già attiva), al secondo un altro grande salone e gli uffici. Guardandoci intorno iniziamo a pensare al da farsi nei giorni successivi... p>
Martedì 7 Luglio
Al mattino abbiamo un incontro con i rappresentanti del Comune di Starigrad. Ci accoglie il Vice Sindaco, il responsabile finanziario, l'assessore alla Cultura Irfan Hozo ed una sua stretta collaboratrice. Il Vice sindaco in particolare tiene a puntualizzare quanto grande sia la loro sensibilità verso la cultura, anche prima della guerra Sarajevo era un luogo di grande proposizione artistica e culturale. Decanta molto le doti di Sarajevo, ma noto due cose: che tende ad elevarla nel panorama bosniaco ("ha più potenzialità di tutte le altre città della Bosnia") e che non rammenta mai il settore e le problematiche sociali. Noi ci presentiamo raccontando la storia del nostro comitato ed il perché di certe scelte geografiche ma soprattutto esponendo a grandi linee quale potrebbe essere la nostra proposta, cioè quella di ampliare le potenzialità della Casa della Cultura facendola diventare un vero e proprio centro di aggregazione giovanile. Raccontiamo che da noi le Amministrazioni e le associazioni lavorano insieme e che questo ha indubbiamente influito nella risoluzione o nell'avvio alla risoluzione di molti problemi del territorio. Su consiglio di Mario Monciatti, ormai fine conoscitore della realtà locale e delle persone che abbiamo di fronte, andiamo molto leggeri nella presentazione del nostro metodo di lavoro e della nostra proposta: è solo un incontro preliminare, il fine è quello di presentarci e soprattutto di non sconvolgere nessuno con proposte che sicuramente, nei metodi, andrebbero ben al di là del loro modo di vedere. Dovremo centellinare le frasi e le parole in un fine lavoro di ricerca di un binario di lavoro comune. E' il bello ed il difficile di questi rapporti in embrione. Subito dopo torniamo alla Casa della Cultura, dove ci attende il Direttore, un po' provato dal grande impegno degli ultimi giorni (il festival). Anche qui presentazione con replica più o meno dei concetti esposti in prima mattinata. Il direttore ci sembra un po' più guardingo, come chi cerca di difendere il suo territorio.
Passiamo il pomeriggio negli uffici dell'UNOPS di Sarajevo a scrivere un questionario che presenteremo (come da accordi del mattino) alla municipalità ed al direttore della Casa della Cultura e che servirà a riflettere sulla realtà sociale della zona. Entrambi gli interlocutori sembravano non capire all'inizio il significato di un simile lavoro, ma abbiamo spiegato che fa parte di una tecnica di lavoro comune per i nostri paesi, serve come base di partenza per riflettere e mirare meglio il tipo di intervento: alla fine sembrano aver accettato di buon grado. Troverete il questionario allegato alla relazione tecnica di Sandro. Siamo alla fine di questa prima intensa giornata bosniaca ed andiamo a vederci la semifinale dei mondiali di calcio in una pizzeria di conoscenti di Monciatti. Con l'occasione veniamo a sapere che con la vittoria della Croazia sulla Germania a Mostar ci sono stati 2 morti (anche la stampa italiana ne ha parlato); per la gioia i croati, ultra- nazionalisti, fomentati da uno dei grandi e neppure tanto occulti registi della guerra, Tujinman, sono usciti per le strade con i mitra ed hanno sparato, non proprio in aria. Tutti qui si sono augurati che la Croazia non andasse in finale per paura che il loro nazionalismo diventasse ancora più esasperato.
La mattina doveva aprirsi con un nuovo incontro con il direttore per presentare il nostro questionario ed aggiungere sostanza alla nostra proposta. L'appuntamento salta perché il direttore è stato ricoverato all'ospedale per problemi di calcoli renali. Rimandiamo l'appuntamento al giorno dopo, pare che dall'ospedale dopo un controllo lo rimandino a casa. Meno male che siamo venuti a Sarajevo in auto ed il giovedì giorno per noi di partenza possiamo rimandare al primo pomeriggio la partenza mentre con il pullman avremmo dovuto partire in prima mattina, alle 9: sarebbe stato un guaio non poter incontrare nuovamente il direttore, viste le finalità della nostra missione! Ci spostiamo così nuovamente agli uffici UNOPS dove cogliamo l'occasione per incontrare il responsabile della sede UNOPS a Sarajevo, dott. Luigi Cafiero. Cogliamo l'occasione per parlargli del nostro comitato (ma già ci conosceva grazie agli uffici di Monciatti), dei nostri primi approcci con Starigrad e degli sviluppi possibili. Il dott. Cafiero si mostra molto interessato e disponibile verso la nostra attività. Ci parla così di esperienze di Centri di Aggregazione Giovanile (CAG) resi possibili grazie ai 2 progetti finanziati dall'Unione Europea PRINT (per il rimpatrio ed il reinserimento dei profughi) ed ATLAS (Atlante, il nostro, che si occupa della mappatura delle realtà di disagio in Bosnia). Sono intervenuti da Aosta alcuni esperti per studiare sul territorio come portare avanti esperienze di questo tipo. In particolare sia Cafiero che Monciatti suggeriscono di prendere contatti con Luigino Vallet, aostano, che ha studiato a fondo la realtà dei CAG e sta lavorando in questo settore ormai da tempo. Il direttore UNOPS in particolare ci segnala che alcuni progetti non sono stati pensati e realizzati bene in quanto totalmente dipendenti dai finanziamenti UNDP per cifre ragguardevoli (100.000 D.M. annui circa). Quando questo finirà, probabilmente i centri avranno dei seri problemi di sopravvivenza. Per quanto riguarda gli accordi per la conduzione dei CAG sembra, continua, che le municipalità siano d'accordo con noi per avere comitati di gestione misti, composti cioè da un direttore locale, degli animatori e referenti per i comitati italiani. Per quanto riguarda quanto sarà fatto tramite il progetto PRINT ci sarà una fase di formazione degli animatori/formatori che poi lavoreranno nei centri. Anche lui ci conferma l'impressione che abbiamo avuto nei nostri incontri e cioè che a livello locale nessuno ha chiaro la nostra concezione di CAG, loro hanno sempre e solo avuto Case della Cultura che facevano tutto quello che le Amministrazioni dicevano. Non si sono mai occupate di problemi sociali, le loro iniziative erano esclusivamente culturali. Di fatto nessuno va in questi centri, vengono frequentati solo da coloro che seguono i vari corsi organizzati di danza o di teatro e chiuso lì.
In ultimo ci fa presente che le vere necessità in fatto di CAG non sono sicuramente a Sarajevo, città cosmopolita che con la guerra non ha certo perso lo spirito che la ha sempre contraddistinta della convivenza (addirittura molti serbi e musulmani hanno vissuto gli anni di accerchiamento in città insieme, perché non avevano dove andarsene). Le vere necessità in questo settore sono nelle zone di frontiera con la Serbia e la Croazia, dove è inevitabile che si debba parlare di reintegrazione etnica prima di rivolgere le attenzioni al tessuto economico - produttivo o culturale. Mentre ATLAS terminava in Giugno, il progetto PRINT chiuderà intorno al 15 Dicembre e Cafiero ci ha dato la disponibilità ad utilizzare gli uffici per il periodo che rimane. Ci congediamo dal dott. Cafiero con qualche nube in meno (ed altre in più) nella mente prendendo atto dei suoi impliciti suggerimenti, che possiamo così riassumere:
non abusare di finanziamenti internazionali ed a ricercare semmai fonti locali complementari a quanto messo a disposizione dagli Enti Locali già impegnati nel nostro comitato; ricercare dei referenti nostri da far inserire nei comitati di gestione del Centro; andare avanti con molte verifiche a breve termine; contattare cooperanti che hanno già avuto esperienze simili in Bosnia e che possono indirizzarci nelle scelte; riflettere se non sia il caso di prevedere interventi nostri in altre zone. Dopo questo incontro, intorno alle 12, incontriamo altri cooperanti colleghi di Monciatti che sono in Sarajevo per conto di altri comitati simili al nostro del nord Italia. Parliamo a lungo con uno di loro, Marco Brucoleri, che lavora nel progetto PRINT per una associazione di Padova. Probabilmente le ore trascorse con lui sono state quelle meglio spese di tutto il viaggio. Ci ha dato una chiave di lettura della realtà della ex- Jugoslavia chiara come pochi altri. Sarebbe troppo lungo da raccontare, ma anche qui emerge quanto la storia dovrebbe già averci insegnato nel passato: in questa guerra non ci sono stati dei buoni e dei cattivi, ma un grande enorme gioco di potere orchestrato da pochi con l'aiuto abbastanza inconsapevole (a parte qualche eccezione) della stampa e dei media internazionali. Non è stata una guerra tribale come per lunghi tratti ci è stata dipinta, ma una fine e spietata ricerca del potere dovuta ad una contingenza storica che non poteva più permettere ai "soliti noti" di rimanere al potere senza almeno una astuta operazione di "rifacimento del trucco". Il nostro pomeriggio ormai avanzato se ne va per il raffinamento del questionario che consegneremo domani a municipalità e direttore della Casa della Cultura. Vedran ce lo traduce e ne facciamo alcune copie. Sempre più ci convinciamo che l'essere venuti in macchina fin qua sia stata una buona scelta. Ci permetterà di sfruttare anche la mattina per incontrare e salutare i responsabili politici della municipalità, il direttore e, novità del mercoledì sera, anche un centro giovanile della cooperazione spagnola. La nostra giornata si conclude con una visita lampo ad un centro a Pale dove lavoro una associazione italiana di Milano, AiBi (Amici dei Bambini). Visitare Pale, la capitale della Repubblica Serba di Bosnia, ci provoca forti emozioni. Pale era la città cattiva, da dove Karadzic ordinava i bombardamenti. Adesso è ricercato dalla polizia internazionale come criminale di guerra: per uno che è giustamente ricercato sono molti ancora i grandi responsabili della guerra che godono della massima impunità ed anzi sono considerati tra i massimi interlocutori internazionali.
L'incontro con la municipalità è il primo impegno del mattino. Lasciamo il questionario, chiedendo di riflettere bene sulle richieste; ci lasciamo con l'impegno di vederci al Meeting Antirazzista di Cecina con l'assessore Hozo (che esporra i suoi quadri) per eventuali chiarimenti e con il preciso impegno di risentirci a settembre per riprendere il lavoro. Andiamo velocemente alla Casa della Cultura, dove il direttore, convalescente, ci aspetta. Ci tratteniamo con lui 2 ore circa e chiariamo una serie di cose e ci lasciamo con l'impegno di risentirci a settembre. Alle 13.30 circa dopo aver visitato, purtroppo velocemente, il centro della cooperazione spagnmola, gestito da locali, partiamo per il ritorno. Ci rimane il tempo per fermarsi lungo la strada a Mostar, vedere il ponte che non c'è più e capire come questa sia stata veramente una guerra soprattutto giocata contro i simboli dell'integrazione. Vorrei concludere con un fatto che a mio modesto parere fotografa la realtà. Sandro ha chiesto a Vedran, il nostro traduttore, come si definiva, cittadino di che cosa. Lui ha risposto fieramente "cittadino di Sarajevo". Dietro questa apparente fierezza a mio parere sta una grande incertezza , una grande mancanza di convinzione, una notevole spersonalizzazione che la guerra ha portato e che (forse) anche noi dovremo combattere. Ci è stato però utile, nel riflettere su questa affermazione di Vedran, quanto abbiamo letto (in italiano) sulla base di una scultura nel centro di Sarajevo: "l'uomo multiculturale costruirà il mondo". E' l'augurio più intenso che si possa fare in questo momento ai musulmani, serbi e croati di Bosnia con la consapevolezza che non sarà facile dimenticare tanti anni di odi e di rancori.